Il diabete non si previene con i farmaci, meglio le modifiche dello stile di vita

L'unica speranza per scongiurarlo è la via più difficile, che passa dalle modifiche dello stile di vita: mangiar meglio e muoversi di più. Ma pochi, pochissimi seguono questa strada....

Il diabete non si previene con i farmaci, meglio le modifiche dello stile di vita   –   Il diabete è una malattia cronica, spesso su base ereditaria, caratterizzata da valori degli zuccheri nel sangue, GLICEMIA, aumentati. E’ causato da una alterazione endocrina che interessa la produzione di insulina da parte del pancreas.

Cerchiamo ora di capire se nei soggetti con ridotta tolleranza al glucosio è sufficiente correggere lo stile di vita o ricorrere a una terapia farmacologia “preventiva”. I due studi appena pubblicati  sul New England Journal of Medicine non lasciano adito a interpretazioni dubbie: le abitudini di vita di una persona a rischio diabete, sono più efficaci nella prevenzione dei farmaci, e il  loro effetto è più duraturo, dare farmaci a chi ha una ridotta tolleranza al glucosio, ovvero si trova nell’anticamera del diabete, non serve a evitare che il metabolismo degli zuccheri si alteri e compaia un vero e proprio diabete. L’unica speranza per scongiurarlo è la via più difficile, che passa dalle modifiche dello stile di vita: mangiar meglio e muoversi di più. Ma pochi, pochissimi seguono questa strada.

Già lo scorso anno su Lancet era stata pubblicata una ricerca che comparava un gruppo di soggetti trattati con metformina (un farmaco utile per il trattamento del diabete di tipo 2) e un gruppo di soggetti a cui è stata data una indicazione  di un corretto stile di vita  e si era osservato che era più proficuo mangiare correttamente e svolgere regolarmente attività fisica.

L’uso della metformina, infatti comparato all’intervento comportamentale, ha comunque consentito un buon controllo della comparsa del diabete, confrontato con l’assenza di qualsiasi trattamento, ma dove la metformina ha consentito una riduzione del 18% dei nuovi casi, le indicazioni comportamentali hanno portato ad una riduzione del 34% cioè quasi doppia di quella determinata dal farmaco.

Veniamo ora alle due ricerche uscite sulla rivista statunitense: la  sperimentazione ha coinvolto oltre 9 mila persone di 40 Paesi, e ha confermato che non basta “la pillola” ad allontanare il rischio di diabete in chi ha già i primi segni di alterazione nel metabolismo degli zuccheri non sono migliori del placebo né il valsartan, un antipertensivo, né la nateglinide, un altro farmaco che trova indicazione nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 2.  Il numero delle persone che dalla condizione di pre-diabete sono passate a un diabete conclamato, in altri termini, prendendo una compressa di placebo o uno dei due farmaci è risultato di fatto uguale, nessuno dei due, inoltre, ha prevenuto le complicazioni più temute del diabete, cioè quelle cardiovascolari ovvero ictus e infarti.

Un fallimento che non stupisce il presidente della Società Italiana di Diabetologia, che afferma: «Sappiamo che solo gli ACE-inibitori hanno un lieve effetto positivo sull’insulino-resistenza, ma non ha senso prescriverli se l’unico problema è la ridotta tolleranza al glucosio. Chi è iperteso può trarne un piccolo vantaggio, anche se ha già, solo per questo, un rischio raddoppiato rispetto alla norma di sviluppare il diabete; in tutti gli altri non c’è motivo di dare né questi né altri farmaci per prevenire il diabete. L’unico modo per riuscirci è modificare lo stile di vita, ma pochi lo fanno».

E’ utile osservare che il 30% della popolazione sia nelle condizioni di pre-diabete, peccato però che oltre il 90% non lo sa: questo è quanto è apparso sulla rivista American Journal of Preventive Medicine dove è stato pubblicato uno studio, condotto su un campione di 1.400 americani, che dimostra che un soggetto su tre ha una ridotta tolleranza al glucosio, ma solo il 7% ne è consapevole, e meno della metà dei pre-diabetici si sono sottoposti all’esame della glicemia nei tre anni precedenti allo studio. Tale studio rivela inoltre come i soggetti con pre-diabete siano spesso ad altissimo rischio perché hanno anche altri fattori di rischio associati, dal sovrappeso/obesità al grasso addominale, dall’ ipercolesterolemia all’ipertensione. Purtroppo anche il nostro paese presenta una casistica molto simile a quella americana.

Vediamo ora come comportarsi:

  • controllare la glicemia regolarmente, a maggior ragione se c’è una familiarità per il diabete o se sappiamo di avere altri fattori di rischio
  • modificare le abitudini alimentari: perdere solo il 5-10% del peso fa già una grandissima differenza nel ridurre la probabilità di ammalarsi di diabete
  • evitare l’assunzione di “junk food”
  • svolgere regolarmente attività fisica
  • camminare regolarmente almeno 30 minuti al giorno
  • ridurre la quantità di tempo trascorso davanti a televisori, computer(utilizzati già abbondantemente per motivi lavorativi o scolastici), play station . . .

Qualche considerazione storica, in passato il numero dei soggetti soprappeso/obesi era inferiore rispetto a oggi, e  chi cercava di dimagrire lo faceva con più impegno e otteneva risultati migliori, per esempio negli anni 60 solo il 7 % diceva di aver fallito nel seguire la dieta, oggi abbonda il progetto “stile di vita corretto” il 43 % di chi è in sovrappeso.

E ancora . . . . . . . .

Il diabete è un’emergenza planetaria, che insidia vita e salute di 245 milioni di persone in tutto il mondo. Il diabete e’ uno dei responsabili principali di morte prematura. Si prevede che l’indice della mortalità crescerà ancora, di circa il 25% entro la fine del prossimo decennio, tra meno di 20 anni avremo 380 milioni di diabetici a livello mondiale, con 1 italiano su 10 malato sopra i 50 anni. In Italia fino a 10 anni fa  questa malattia colpiva il 3% della popolazione, oggi si è passati al 4,5%. Il diabete di tipo 2 potrebbe essere diagnosticato 3-5 anni prima della sua insorgenza, grazie ad alcuni segnali predittivi riscontrabili nel nostro organismo.

Il corpo, infatti, comincia a cambiare già prima della comparsa della patologia: nei diabetici di tipo 2 si può riscontrare un’aumentata sensibilità all’insulina e un incremento della glicemia in un periodo che va dai tre ai cinque anni prima della manifestazione evidente della malattia.

Questo è quanto è emerso da uno studio effettuato a Londra in cui sono stati monitorati per circa 10 anni, 6538 persone non colpite da diabete di tipo 2. In tutti i partecipanti sono stati controllati nel tempo diversi parametri, quali la glicemia, la sensibilità all’insulina e il funzionamento delle cellule beta delle isole pancreatiche.

Analizzando i dati raccolti, gli studiosi inglesi hanno verificato che, in quei pazienti che poi hanno manifestato il diabete di tipo 2, i livelli ematici di glucosio a digiuno aumentavano costantemente e subivano un’impennata nei tre anni immediatamente precedenti alla diagnosi della malattia.
Attenzione quindi abituiamoci a mantenere un peso corretto svolgere regolarmente attività fisica e ad effettuare dei controlli ematochimici periodici: la prevenzione è sempre l’arma migliore.

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