Ipertensione arteriosa come prevenirla

L'ipertensione arteriosa rappresenta uno dei fattori di rischio (insieme a obesità, assunzione di sale e di alcool) per l'insorgenza delle malattie cardiovascolari; prevenirla è quindi particolarmente importante per la salute.

L’ipertensione arteriosa rappresenta uno dei fattori di rischio (insieme a obesità, assunzione di sale e di alcool) per l’insorgenza delle malattie cardiovascolari; prevenirla è quindi particolarmente importante per la salute. E’ possibile influire sulla pressione con l’alimentazione?

Un primo importante studio che ci dice come l’alimentazione sia fondamentale nella prevenzione e nella terapia dell’ipertensione risale al 1997 (N Engl J Med 1997; 336:1117-24) e dimostra come un’alimentazione ricca in frutta, verdura e latticini a basso contenuto di grassi riescano a ridurre la pressione sistolica (di 5,5mmHg) e la diastolica (di 3mmHg).

 

A conferma e supporto di questi dati sono stati pubblicati recentemente altri due studi che mostrano come la dieta (assunzione quotidiana di vitamina C e di latte e derivati a basso contenuto di grassi) aiuti a ridurre la pressione del sangue.

Il primo, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università della California (Berkeley), pubblicato su Nutritional Journal 2008; 7:35, ha coinvolto per più di dieci anni 242 ragazze di età compresa tra i 18 e i 21 anni, arruolate nel National Heart, Lung, and Blood Institute Growth and Health Study e ha mostrato che nelle donne che presentavano livelli maggiori di vitamina C nel plasma si assisteva mediamente a una riduzione di 4,66 mm Hg nella pressione sistolica e di 6,04 nella pressione diastolica: un aumento della concentrazione plasmatica di acido ascorbico di 1 mg/dl portava ad una riduzione di 4,1 mmH g della pressione sistolica ed una riduzione di 4 mm Hg della pressione diastolica.

 

Il meccanismo attraverso il quale la vitamina C sembra agire è quello antiossidante: ridurrebbe infatti l’F2-isopropano, un prodotto vasoattivo della perossidazione lipidica, ridurrebbe lo stress ossidativo e l’infiammazione e concorrerebbe al mantenimento della normale produzione di ossido nitrico, fattore importante nel mantenimento del tono vascolare.

Il secondo studio, pubblicato su Hypertension 2008; 51:1073-79, è un vasto studio prospettico che ha valutato gli introiti di prodotti caseari, calcio e vitamina D e l’incidenza di ipertensione arteriosa su 28.986 donne di età superiore ai 45 anni, seguite nel corso di 10 anni. Il rischio relativo di sviluppare ipertensione è risultato diminuire con l’assunzione di quintili crescenti di latticini a basso contenuto di grassi: il rischio di ipertensione arteriosa si riduce aumentando l’assunzione di calcio da latte e derivati, che siano però a basso contenuto di grassi. Sembra infatti che i grassi saturi contenuti nei latticini formino dei saponi con il calcio, impedendone l’assorbimento e riducendone così la biodisponibilità.

 

La riduzione però dell’incidenza di ipertensione arteriosa si ottiene se il calcio e la vitamina D vengono assunti tramite alimenti e non attraverso l’assunzione di supplementi.

Identica conclusione anche per quanto riguarda gli integratori multivitaminici e di vitamina C.

 

Lo studio pubblicato su  Arch Intern Med. 2009;169(3):294-304 ha preso in considerazione 161.808 donne, seguite per 8 anni, mostrando come l’assunzione di integratori multivitaminici non riduce il rischio di sviluppare tumori o malattie cardiovascolari, né la mortalità globale, nelle donne in post-menopausa.

Questo non fa altro che confermare che frutta, verdura e latticini (a basso contenuto in grassi) devono essere sempre presenti nella nostra alimentazione, e che il punto fondamentale nella lotta alle malattie cardiovascolari rimane il miglioramento della qualità dell’alimentazione.

Sempre restando nell’ambito dell’alimentazione, un altro accorgimento importante, come più volte ribadito,  è la riduzione dell’utilizzo del sale, un recente studio ha infatti evidenziato come i soggetti con Sindrome metabolica abbiano benefici più significativi con tale restrizione.

Uno studio pubblicato su Lancet ha valutato circa 1.900 cinesi di aree rurali dai 16 anni in su, con valori di pressione sistolica tra 130 e 160 mmHg o di diastolica tra 85 e 110 o entrambi, non diabetici. Sono stati sottoposti a una settimana di dieta a scarso contenuto di sale (3 g/die), seguita da una a contenuto elevato (18 g/die) e si è misurata la pressione arteriosa all’inizio e ai giorni 2, 5, 6, 7 per ciascun intervento. Si è definita elevata sensibilità al sale la diminuzione media di più di 5 mmHg con dieta iposodica, o l’aumento di più di 5 mmHg con dieta ipersodica.

Dei 1885 soggetti valutati 283 presentavano Sindrome Metabolica, tendenzialmente i più  anziani, sedentari e di sesso femminile. Confrontando i dati di coloro che presentava almeno 4 dei fattori legati alla Sindrome Metabolica con quelli che non ne erano affetti, è emerso che i primi avevano una probabilità aumentata di 3,5 volte di sensibilità elevata al sale nel regime iposodico e di 3,1 in quello ipersodico. Questo suggerisce dunque che la riduzione del sale nell’alimentazione possa essere particolarmente importante nella riduzione dell’ipertensione quando c’è un rischio multiplo per la sindrome metabolica. 
 

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